Quello che è andato in scena ieri a Torino non è un problema di "ordine pubblico", ma il sintomo di una ferita democratica che la politica locale si ostina a voler curare con i cerotti del proibizionismo. Vedere via Vela blindata, trasformata in un fortino a difesa dei soliti interessi economici, mentre fuori si chiede voce per chi non ne ha, racconta perfettamente la deriva di questa città.
L’illusione della legalità calata dall’alto Si fa un gran parlare del "percorso di coabitazione" per Askatasuna, descrivendolo quasi come un atto di generosità istituzionale. La verità è che quel percorso è nato per riconoscere una realtà che da trent’anni risponde, lì dove lo Stato è assente, ai bisogni di una comunità: dal diritto alla casa alla socialità non mercificata. Ma alla prima occasione, la risposta della questura e della politica più conservatrice è tornata a essere quella del fumo e del manganello. Si vuole normalizzare l’esperienza del centro sociale solo per svuotarla della sua carica critica?
Il muro dei privilegi La tensione davanti alla sede dell’Unione Industriali è simbolica. Da una parte chi detiene le leve del profitto in una città sempre più povera e deindustrializzata; dall'altra chi rivendica spazi, reddito e dignità. Criminalizzare chi protesta contro il modello di sviluppo torinese — fatto di grandi eventi per pochi e precarietà per molti — è un giochetto retorico che non incanta più nessuno. La violenza non è un fumogeno, la violenza è lo sfratto, è il lavoro povero, è lo smantellamento della sanità pubblica.
Una politica senza coraggio L'amministrazione comunale si trova a un bivio: avere il coraggio di difendere un laboratorio sociale unico in Italia o piegarsi alle pressioni della destra e dei settori più retrivi della borghesia cittadina. Se Torino vuole davvero essere una città aperta, non può trattare il conflitto sociale come una macchia da pulire, ma come una risorsa da ascoltare. Ieri abbiamo visto una città che ha paura di se stessa e delle sue contraddizioni, e che decide di nasconderle dietro gli scudi della polizia.
Non sarà la repressione a cancellare i bisogni che Askatasuna rappresenta. È tempo che la politica smetta di delegare alla Questura la gestione del dissenso e torni a fare il suo mestiere: dare risposte sociali a problemi sociali.
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