L’Italia è, silenziosamente, una superpotenza della robotica. Siamo il secondo mercato in Europa dopo la Germania e le nostre aziende esportano soluzioni di automazione in tutto il mondo. Eppure, nel dibattito pubblico nazionale, il robot è ancora percepito come un alieno che arriva a "rubare il lavoro", oppure come un giocattolo costoso per pochi imprenditori illuminati.
È arrivato il momento di cambiare narrazione: il problema non è la macchina, ma chi possiede il codice e chi beneficia del suo lavoro.
L'automazione come leva di emancipazione In un Paese con un'età media sempre più alta e lavori usuranti che nessuno vuole più fare, la robotica dovrebbe essere la nostra migliore alleata. Ma c'è un paradosso italiano: mentre la tecnologia corre, i salari restano al palo da trent’anni. Se un’azienda italiana aumenta la sua produttività del 30% grazie all'integrazione di sistemi robotizzati, quel valore aggiunto deve tradursi in una riduzione dell'orario a parità di salario. La tecnologia deve servire a lavorare meno, per lavorare tutti, non a produrre di più con meno persone per massimizzare i profitti.
Il rischio del deserto industriale Senza una regia statale e una politica industriale degna di questo nome, l'automazione rischia di accentuare il divario tra Nord e Sud. Le fabbriche 4.0 richiedono infrastrutture digitali che in mezza Italia sono ancora un miraggio. Se lasciamo l'innovazione totalmente in mano al mercato, avremo isole tecnologiche avanzatissime circondate da un deserto di servizi e lavoro povero.
Una proposta: il sindacato dell’algoritmo Dobbiamo smettere di rincorrere l'emergenza e iniziare a governare la transizione. Serve un "diritto alla formazione continua" garantito dallo Stato e nuove forme di partecipazione dei lavoratori alle scelte tecnologiche delle aziende. I robot non scioperano, non si ammalano e non pagano contributi: per questo è fondamentale discutere seriamente di una tassazione sull'automazione che vada a rimpinguare le casse del welfare e garantisca un reddito universale di fronte alla metamorfosi del mercato del lavoro.
L'Italia ha il genio creativo e le capacità ingegneristiche per guidare questa rivoluzione. Ma serve il coraggio politico di dire che il futuro non appartiene solo a chi può permettersi il software, ma a chi, con il proprio lavoro — umano o meccanico che sia — contribuisce al benessere del Paese.
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